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attingere in momenti di difficoltà.
Spostandosi sul versante africano, gli eredi di Agostino adottarono un approccio
pragmatico nei loro rapporti con Roma, rivolgendosi al papa quando il suo supporto era
utile per superare un dissidio non risolvibile a livello locale e ignorando la curia romana
quando il suo sostegno non era più funzionale ai loro scopi. Ciò è particolarmente
evidente nel caso di Cartagine, il cui prestigio indiscusso non corrispose mai a
un’egemonia universalmente riconosciuta sulle altre sedi metropolitane. Il vescovo di
Cartagine coltivò un rapporto speciale con Roma per superare il crescente divario tra la
sua autorità teorica e quella effettiva, che divenne incolmabile dopo la conquista araba,
allorché non fu più in grado di appoggiarsi a una forte autorità secolare con sede nella
sua città. Cartagine non era la capitale dell’Ifriqiya e il suo vescovo fu costretto ad
accontentarsi dell’ascendente morale derivante dalla gloriosa storia della sua diocesi e
dalle reliquie di san Cipriano, mentre altri vescovi africani, vicini ai centri nevralgici del
potere islamico, acquisivano sempre più potere.
Il fatto che la maggior parte delle testimonianze sulla storia del cristianesimo
africano altomedievale sia legata al papa dà un’impressione fuorviante della rilevanza
del suo sostegno e, più in generale, della sua influenza sulla chiesa di Agostino, poiché i
pontefici tendevano a soffermarsi sulle richieste di aiuto provenienti da Cartagine per
accrescere il proprio prestigio, trascurando la corrispondenza con le altre diocesi, che
pure doveva essere consistente a giudicare dai registri epistolari di Gregorio Magno e
Gregorio VII. Ogni volta che le lettere papali sono conservate in modo più sistematico,
diventa chiaro come numerosi vescovi africani fossero pronti a sfruttare l’ascendente
del papa al fine di promuovere i propri interessi.
L’opportunismo di fondo che è impossibile non rilevare nella maggior parte degli
episodi esaminati, tuttavia, non deve mettere in ombra la sincera preoccupazione dei
pontefici per la chiesa d’Africa, che anche in virtù della sua lontananza sembrava spesso
sul punto di venir meno, un’impressione assecondata dai corrispondenti di Gregorio
Magno, Benedetto VII e Leone IX sia per le oggettive difficoltà che dovettero affrontare
sia per rendere più rapido l’aiuto di Roma. Di fronte a un generale disinteresse da parte
delle gerarchie episcopali africane riguardo al diffondersi di dottrine eretiche o alla
preoccupante diminuzione numerica del loro clero, furono i pontefici a intervenire, in
alcuni casi senza nemmeno poter contare sul pieno supporto di Cartagine. Sarebbe
errato ritenere che queste complesse dinamiche, non sempre prive di elementi di
conflittualità, avessero contribuito in modo significativo alla scomparsa della chiesa
d’Africa, che va invece ricondotta in primo luogo ai rivolgimenti geopolitici del XII
secolo, ma è indubbio che gli eredi di Agostino erano troppo vicini all’Italia per
sviluppare una forma di cristianesimo pienamente emancipata dalle tradizioni romane e
troppo lontani perché il pontefice potesse offrire un supporto efficace nei momenti di
maggiore criticità.
Alla fine i papi non poterono far altro che prendere atto della progressiva
scomparsa della chiesa d’Africa, auspicarne la risurrezione e, quando questa sembrò sul
punto di verificarsi grazie alle conquiste coloniali francesi, precisare la subordinazione a
Roma della rinata arcidiocesi di Cartagine, interpretandone retrospettivamente la storia
alla luce di questo legame asimmetrico. Nell’avallare questa ricostruzione,
paradossalmente, Leone XIII colse nel segno, non perché i vescovi africani avessero
sempre messo al primo posto le relazioni col papa, come lascia intendere la lettera
apostolica, quanto piuttosto perché i pontefici tardoantichi e medievali si erano
ripetutamente soffermati su di esse con finalità legittimanti, un obiettivo che forse non
era del tutto estraneo allo stesso papa Pecci.